Vita di don Peppino Diana


Sono le 7,25 del 19 marzo 1994. "Chi è don Peppe?". "Sono io". Cinque colpi di pistola. Risuonano nella sacrestia della chiesa di San Nicola a Casal di Principe.

Così muore don Peppe Diana. Appena 36 anni. Parroco, capo scout Agesci, impegnatissimo coi giovani, vicino concretamente alle persone più fragili, ai disabili, agli immigrati. Sacerdote fin nel più profondo, parlava chiaro, diretto. Non aveva paura di esporsi e di pronunciare il nome “camorra” e di accusare.

E i killer della camorra lo uccisero il giorno del suo onomastico, mentre coi paramenti sacri stava uscendo dalla sacrestia per celebrare la messa. Gli amici lo aspettavano per festeggiarlo, ma non li raggiunse mai.
Don Giuseppe Diana, per tutti Peppe o Peppino, era nato a Casal di Principe il 4 luglio 1958, da mamma Jolanda e papà Gennaro, entrambi coltivatori diretti. Famiglia semplice e dignitosa. Nel 1968 entra in seminario ad Aversa. Successivamente continua gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Qui si laurea in teologia biblica e poi si laurea in Filosofia presso l'Università Federico II di Napoli. Nel 1978 entra nell'Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) dove fa il caporeparto.

Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche assistente del settore Foulards Bianchi. Dal 19 settembre 1989 è parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese nativo, per diventare poi anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza. Nel 1983, dopo un gravissimo omicidio di camorra con tre ragazzi uccisi e poi bruciati, è tra gli organizzatori di una manifestazione a Casal di Principe nella quale viene distribuito un volantino dal titolo “Basta con la paura”.

Nel 1988, all’indomani dell’assalto alla caserma dei carabinieri a San Cipriano d’Aversa, partecipa alla costituzione di un coordinamento anticamorra dell’agro aversano che produce un documento dal titolo "Liberiamo il futuro", sottoscritto da parroci, partiti politici e associazioni. Dopo la morte dell’ennesimo innocente, un giovane testimone di Geova ucciso per sbaglio, don Peppe fa della lotta alla camorra un impegno costante e continuo. 


Va per scuole e associazioni a Caserta e a Napoli e nel 1991 elabora con gli altri parroci della Forania di Casal di Principe il documento "Per amore del mio popolo", ispirato a quello dei Vescovi campani del 1982, che viene distribuito nella notte di Natale. Solo quattro pagine, un "avviso sacro", ma denso e forte. "La camorra, oggi, è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella nostra società campana". Per questo, aggiunge don Peppe con gli altri parroci, "contro questo tentativo, noi, Pastori delle Chiese della Campania, unitamente alle nostre Comunità cristiane, dobbiamo levare alta la voce della denuncia, e riproporre con forza e con nuove iniziative pastorali il progetto dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella verità".

In primo luogo, afferma il documento, "vogliamo sottolineare la contrapposizione stridente che esiste tra i falsi messaggi della camorra e il messaggio di Gesù Cristo". Parole che anticipano le chiare parole di Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Come quando affermano che "questa sacrilega deformazione culturale e sacramentale, Il fenomeno della camorra ci interroga in maniera perentoria sul nostro modo di essere Chiesa; oggi, in Campania, ci sfida ad essere una vera contrapposizione, una autentica proposta di civiltà, ad essere non solo credenti, ma credibili". Una frase che ricorda l'analoga riflessione del giudice Livatino, ucciso dalla mafia siciliana.

Un documento che si scontra col potere camorrista. Ma non è l'unica causa della reazione violenta del clan. Don Peppe ha ben chiaro, non a caso come aveva capito don Pino Puglisi, vittima di "cosa nostra", che il fronte più importante da presidiare è quello dei giovani, per allontanarli dalle illusioni criminali. E così fece in parrocchia e con gli scout. Come fu tra i primi a capire le problematiche dell'immigrazione, aprendo la parrocchia agli sfruttati e alle vittime della prostituzione. 


Un impegno bloccato dal piombo camorrista. Tutto accadde nel silenzio. Non stette in silenzio Augusto Di Meo amico di don Peppe. Era andato in parrocchia per fargli gli auguri per l'onomastico e dargli l’appuntamento per offrirgli la colazione. Mentre usciva vide bene il killer Giuseppe Quadrano e non ebbe alcuna esitazione. Andò dai carabinieri raccontò tutto, contribuendo in maniera determinante all'individuazione e alla condanna di mandanti e esecutori.